LAST FOLIO un viaggio fotografico con Yuri Dojc. 29 ottobre 2013 - 27 gennaio 2014


Nel 2006, l’affermato fotografo slovacco-canadese Yuri Dojc capitò in una scuola abbandonata a Bardejov, in Slovacchia, dove il tempo si era fermato nel 1942, nel giorno in cui gli studenti furono deportati nei campi di concentramento. Quando Dojc vi entrò, c’erano ancora i libri sui banchi, così com’erano stati lasciati. Trovò quaderni corretti, pagelle e persino, in un secondo momento, un libro che era appartenuto a suo nonno. Li vide come sopravvissuti, ultimi testimoni di quel che restava di una vitale comunità, e li ritrasse in immagini di rara bellezza, adesso per la prima volta in Italia con Last Folio: un viaggio fotografico con Yuri Dojc, esposizione che verrà inaugurata martedì 29 ottobre alle ore 18 nella galleria della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. Al centro di Last Folio – la cui installazione è stata ideata dal designer Daniel Weil del prestigioso Studio Pentagramci sono naturalmente le fotografie dei libri che Dojc trovò nella scuola ebraica di Bardejov, ma la mostra unisce ad esse in simbiosi i commoventi ritratti di sopravvissuti dell’Olocausto e le vivide immagini delle strazianti rovine di scuole, sinagoghe e cimiteri, includendo anche il toccante documentario sul viaggio di Dojc attraverso la Slovacchia realizzato dalla regista Katya Krausová, curatrice dell’intero progetto.
Nata da un’iniziativa dell’Ambasciata della Repubblica Slovacca in Italia, in collaborazione con l’Ambasciata del Canada in Italia, dopo aver fatto tappa alla Cambridge University, al Museum of Jewish Heritage di New York, alla Commissione Europea di Brussel, a Košice Capitale europea della cultura 2013, Last Folio sarà visitabile a Roma, grazie alla collaborazione con la Biblioteca Nazionale, fino al 27 gennaio 2014 (ingresso gratuito, lun-ven 10-19 – sab 10-13,30), scegliendo quindi per il suo finissage il valore altamente simbolico della Giornata della Memoria. «Era assolutamente indispensabile – dichiara il Direttore della BNCRM Osvaldo Avallone - che il commovente viaggio fotografico di Yuri Dojc approdasse anche a Roma e che venisse ospitato proprio dalla Biblioteca Nazionale, luogo ideale di incontro tra cultura e arte, ma soprattutto luogo dove il sapere, la conoscenza, la storia dell’umanità si tramanda attraverso i milioni di libri antichi e moderni ivi conservati, testimoni e superstiti della nostra memoria».
IL PROGETTO
Nel 1997, al funerale del padre, Yuri Dojc incontrò un sopravvissuto dell’Olocausto. Dal loro incontro scaturì la decisione di fotografare i sopravvissuti slovacchi prima che fosse troppo tardi. Durante il viaggio attraverso il paese, Dojc fece più di centocinquanta ritratti, annotando storie e volti. Trovò oggetti e visitò palazzi appartenuti alla comunità ebraica, così come scuole, sinagoghe e cimiteri. Commosso dalla loro bellezza, nonostante il loro stato di degrado, decise di trovare e fotografare altre testimonianze di questa comunità profondamente segnata. Seguì il percorso descritto in dettaglio nel libro di suo padre sul patrimonio ebraico del paese, e iniziò il progetto che ora è diventato Last Folio.
Dojc ha detto: «Ognuno di noi cerca di lasciare delle tracce della nostra esistenza, un segno che rimarrà quando non ci saremo più. Ma non è rimasto quasi nulla che ricordi le persone le cui vite sono state stroncate durante l’Olocausto. La fotografia mi permette di costruire un memoriale privato in loro ricordo. Tramite queste foto rendo loro omaggio e mantengo vivo il loro ricordo. Posso solo sperare che le mie immagini lascino un segno in chi visiterà la mostra».
Yuri Dojc e la regista Katya Krausova  hanno cercato e scoperto un’infinità di oggetti messi in salvo dagli ebrei slovacchi e dai loro vicini non ebrei. Hanno anche raccolto le storie di come queste testimonianze fossero sopravvissute. In un caso, un uomo, avendo saputo che il sindaco della sua città stava per distruggere una sinagoga per crearvi un parcheggio, mise a disposizione la sua casa per custodirvi i libri sottratti alla sinagoga abbandonata. Trent’anni dopo, i libri si trovano ancora in questa casa. La Krausova ha dichiarato: «Yuri ed io abbiamo attraversato borghi e villaggi di tutto il paese, incontrando persone e trovando ricordi di vite e frammenti di memorie. Rintracciare le esperienze delle nostre famiglie, e i mondi in cui vissero e morirono, è stato un viaggio estremamente intenso, emotivo, spirituale e profondamente personale».



Nato in Cecoslovacchia, Yuri Dojc giunse in Canada come rifugiato nel 1969. Quattro decadi dopo, le fotografie di Yuri si trovano nelle collezioni e nelle gallerie di tutto il mondo, ivi compresa la collezione permanente della Galleria Nazionale del Canada, il Museo Nazionale della Slovacchia e la Biblioteca del Congresso a Washington

Katya Krausova è una produttrice e regista televisiva indipendente i cui lavori sono stati trasmessi su canali televisivi nazionali e presentati a festival di cinema in tutto il mondo. È arrivata nel Regno Unito dopo l’invasione russa della Cecoslovacchia del 1968. Dirige una delle principali società inglesi di film indipendenti e programmi televisivi, la “Portobello Media and Portobello Pictures”, vincitrice del premio Oscar per il migliore film in lingua straniera nel 1997 con Kolya

Il progetto Last Folio è stato realizzato grazie a EPSON, Canada.

L’Ambasciata della Repubblica Slovacca in Italia, in qualità di promotore del progetto, desidera, attraverso l’alto valore artistico di questa opera realizzata da un autore di origine slovacca, lasciare alle generazioni di oggi un significativo messaggio sull’importanza della protezione e della tutela della cultura e delle tradizioni.


L’Ambasciata del Canada in Italia, partner dell’iniziativa, è lieta di sottolineare, con questo grande evento, lo straordinario talento di Yuri Dojc, l’importanza dei valori del multiculturalismo, dei diritti umani e della libertà religiosa per il Canada, e l’anno di presidenza canadese dell’Alleanza internazionale per la Memoria dell’Olocausto, marzo 2013 – marzo 2014.

Lo Spazio Post-Sovietico e il dibattito alla Sapienza

 
 
 
Nei giorni 3 e 4 dicembre 2013 si è svolto presso La Sapienza la Conferenza Internazionale “Geopolitical Structures of the Post-Soviet Space”. Nata da una felice intuizione del Prof. Antonello Biagini, quest’iniziativa era stata pensata come un’occasione di riflessione storico-politica su una regione ancora poco trattata a dispetto della grande rilevanza strategica ed economica per l’Europa in generale e per l’Italia in particolare. Una circostanza rilevata dall’Ambasciatore della Federazione Russa Sergey S. Razov, che ha notato come l’Italia riservi ai paesi di quest’area attenzione e sensibilità ben maggiori di ogni altro paese europeo.  
Tuttavia l’imprevedibile calendario della politica internazionale ha fatto coincidere la conferenza con i momenti più tesi delle proteste in Ucraina per la mancata sottoscrizione dell’Accordo con l’Unione Europea, catalizzando su Roma l’attenzione di osservatori e mezzi di comunicazione nel tentativo di leggere gli eventi ucraini tanto alla luce delle piazze di Kiev quanto delle considerazioni svolte alla Sapienza. Oltre a studiosi italiani e stranieri, il parterre di ospiti intervenuti comprendeva Nikolaj N. Bordjuzha, Segretario Generale dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO: un’alleanza militare assimilabile alla Nato che riunisce Russia e altre cinque repubbliche ex-sovietiche), Leonid V. Drachevskij, già Ministro per i Rappori della Russia con i paesi della CSI e Plenipotenziario del Presidente Putin in Siberia, Natalija A. Narochnizkaja, già Vicepresidente della Commissione Esteri della Duma e rappresentante di Putin durante la campagna presidenziale del 2012 e Michail V. Remizov, coordinatore scientifico della Commissione Militare-Industriale del Governo Russo. Accanto a loro gli Ambasciatori in Italia di Russia, Azerbaigian, Bielorussia, Kazakhstan, Ucraina e Uzbekistan. Va ricordato che ciascuno di questi paesi ha saputo trovare una propria via allo sviluppo e alla crescita, conseguendo talvolta risultati straordinari (come avvenuto per Azerbaigian e Kazakhstan).
Allo stesso modo, nell’ambito della politica estera le singole repubbliche post-sovietiche hanno definito linee diverse, in alcuni casi più concilianti con la Russia e con i moltissimi legami tra coloro che vent’anni fa erano cittadini di un unico stato, in altri casi più freddi o addirittura ostili (il conflitto del 2008 tra Russia e Georgia è un esempio eloquente). Pluralità di politiche che si è tradotta nell’adesione o meno ad organizzazioni internazionali viste come eredità del passato (CSI, CSTO, Comunità Economica Euroasiatica), nella nascita di nuove organizzazioni più regionalizzate (GUAM e Unione Centroasiatica) e in atteggiamenti molto diversi verso soggetti esterni quali Unione Europea e Nato. Si tratta, è evidente, di un quadro estremamente complesso. La Conferenza, aperta dai saluti del Rettore Frati e del Prorettore Biagini, è stata così l’occasione per ascoltare accanto ad analisi scientifiche le posizioni di personalità istituzionali di primo piano della Federazione Russa, nonché dei massimi rappresentati ufficiali di buona parte dell’ex Urss. Inevitabilmente, parte dell’attenzione si è concentrata sui disordini in corso a Kiev e sulle conseguenze dell’eventuale adesione all’Ue.
Se da un lato la rappresentate dell’Ambasciata d’Ucraina ha sottolineato che l’integrazione comunitaria non dovrebbe essere letta in chiave antirussa, bensì come il conseguimento delle aspirazioni ucraine ad uno sviluppo sociale ed economico ispirato alle realtà dell’Europa Occidentale, dall’altro alcuni relatori russi hanno rilevato come l’attuale situazione sconsigli questa scelta: non solo, ha osservato Narochnizkaja, tra Ucraina e Russia ci sono legami culturali, linguistici, sociale e storici fortissimi, ma ben l’80% della produzione industriale di Kiev è rivolta alla Russia e la conseguenza di un adesione all’Unione Europea comporterebbe lo sfascio della già traballante economia ucraina. In secondo luogo si pone la questione dell’integrazione euroasiatica: Russia, Bielorussia e Kazakhstan hanno già istituito un’unione doganale e uno spazio di libero scambio e proseguono verso un processo d’integrazione che punta a coinvolgere altri paesi ex-sovietici (Armenia e Kirghisia hanno espresso volontà in questa direzione).
In più occasioni i fautori del progetto euroasiatico hanno invitato Kiev ad aderirvi, precisando che, in ogni caso, integrazione europea ed euroasiatica sono tra loro incompatibili. Posizione ribadita dai presidenti Putin e Nazarbaev pochi giorni fa. Tutti i relatori sono stati concordi nel riconoscere l’esclusiva competenza del Governo ucraino in merito. I diplomatici presenti hanno poi rappresentato l’evoluzione dei rispettivi paesi dopo il 1991, segnalando i successi nella costruzione di società in cui coesistono pacificamente nazionalità, etnie e religioni diverse, ciascuna messa nelle condizioni di contribuire al successo comune. Di questa realtà, Baku è uno dei casi più evidenti, come osservato non solo dall’Ambasciatore azerbaigiano, ma anche dai suoi colleghi. Tutti gli ambasciatori hanno sottolineato gli ottimi rapporti politici ed economici che legano i loro paesi all’Italia e ne hanno auspicato un ulteriore incremento.
Le conclusioni sono state affidate all’On. Franco Frattini, già Ministro degli Esteri e attualmente candidato a succedere ad Anders Rasmussen quale Segretario Generale della Nato. Nel suo intervento ha richiamato i fortissimi interessi comuni in materia di sicurezza, dalla lotta al terrorismo e alla pirateria fino al contrasto al traffico di esseri umani e di narcotici ed ha ricordato gli importanti contributi di paesi ex-sovietici sia in Afghanistan che nella ricostruzione dell’Iraq. Una cooperazione da approfondire e che dovrebbe fugare ogni atteggiamento di contrapposizione e di scontro. Quanto ai fatti dell’Ucraina, Frattini ha notato che il mancato accordo non rappresenta un’occasione definitivamente perduta, ma suggerisce una riconsiderazione dei tempi e delle condizioni, ferma restando l’esigenza che la decisione venga rimessa unicamente alla libera e sovrana determinazione del governo di Kiev.

Il pensiero e l'insegnamento di Gramsci nella transizione venezuelana


13 dicembre 2013 ore 17

Aula Organi Collegiali


Presentazione del volume di Jorge A. Giordani, La transizione bolivariana al socialismo, Natura Avventura Edizioni, 2013, revisione e reimpostazione critica per l'edizione italiana di L. Vasapollo e R. Martufi


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Il dibattito politico-culturale a Mosca, l'edificazione di un'identità nazionale condivisa e il rilancio del soft power russo


Lo scorso 30 ottobre l’Istituto Russo per le Ricerche Strategiche di Mosca ha organizzato la conferenza “La Russia e il Mondo allo scoppio della Prima guerra mondiale”. Alla conferenza ha

partecipato una delegazione dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, per presentare i primi risultati di un lavoro di ricerca ancora in corso sotto la direzione del Prorettore Vicario dell’Ateneo Prof. Antonello Folco Biagini.

Nel corso dei lavori è emerso un vivace dibattito storiografico sulle origini della Prima guerra mondiale e sul ruolo svolto dalla Russia rispetto al tramonto dell’equilibrio di potenza europeo del XIX secolo. Rispecchiando una frattura presente anche nella scena politica e nella società russa, i relatori si sono divisi tra i sostenitori della formula politica dell’élite zarista (ortodossia, monarchia, nazione), che si diffuse nell’Ottocento come risposta alla rivolta decabrista del 1825, e coloro che, al contrario, concordano con la chiave di lettura di questi eventi offerta dagli storici d’epoca sovietica.

I primi sostengono la tesi per cui la Russia zarista non disponeva di piani strategici offensivi particolarmente avanzati alla vigilia della guerra e che con l’avvento dei bolscevichi l’esercito russo si sarebbe ritirato dai combattimenti nel momento in cui avrebbe potuto cogliere i frutti dei sacrifici sopportati negli anni precedenti. In questa prospettiva hanno proposto di ribattezzare la Grande guerra come “Seconda guerra patriottica”, in quanto dovrebbe essere posta in linea di continuità con la “Prima guerra patriotica” combattuta contro le truppe napoleoniche nel 1812 e la “Grande guerra patriotica” condotta contro la Wehrmacht tra il 1941 e il 1945.

A far da contraltare a questa posizione è stato un altrettanto nutrito gruppo di intellettuali vicini alla prospettiva della storiografia sovietica che hanno insistito sull’idea che la Russia di Nicola II progettava da tempo il suo impegno in una guerra generale e che il trattato di Brest-Litovsk venne sottoscritto nel momento culminante per le tragedie direttamente o indirettamente causate da una guerra mal pianificata e altrettanto mal condotta (rotta dell’esercito, carestie, instabilità politica, ecc…). Rispetto a tale confronto il rappresentante del presidente della Federazione Russa non ha appoggiato apertamente né l’una, né l’altra posizione, sottolineando gli elementi veritieri insiti sia nell’una, che nell’altra riflessione.

Dopo il collasso dell’Unione Sovietica nel 1991, la Federazione Russa - che ne ha raccolto l’eredità politica - si è trovata alle prese con due questioni aperte di carattere politico-culturale: 1) costruire un nuovo senso d’identità nazionale, per arginare la frantumazione del nuovo Stato che si era prontamente verificata con l’indipendenza degli Stati del Baltico, del Caucaso e dell’Asia centrale; 2) trovare una nuova fonte di legittimazione per l’azione politica interna e internazionale dello Stato neo-nato. La risposta a tale esigenza, comune a numerosi Stati multietnici e multilinguistici, è stata più farraginosa in Russia, a causa del ciclico emergere, in corrispondenza dei turning point della vita nazionale, della volontà di nemesi politica e della complementare necessità di rimuovere le costruzioni socio-istituzionali ereditate dal passato.

Se nel corso dell’era Eltsin non si era giunti ad una conclusione e lo scontro tra élite anti-sovietiche e filo-sovietiche aveva polarizzato il dibattito culturale e politico a favore delle prime, durante le presidenze di Putin e Medvedev si è proceduto alla complessa operazione di recupero dell’intero bagaglio storico che ha preceduto l’attuale corso di Mosca, declinato all’interno di una formula politica che si potrebbe definire “sincretica”.

Il primo elemento della nuova “ideologia” è l’identità cristiano-ortodossa e il legame tra il Cremlino e il patriarcato di Mosca. La chiesa ortodossa ha tradizionalmente garantito una sorta di legame spirituale del popolo con lo Stato, che si estendeva su territori enormi e che - dai tempi della Rus’ di Kiev fino all’Impero zarista di Nicola II - aveva rafforzato il senso di appartenenza nazionale.

Ma non bisogna dimenticare che, sebbene sotto forme più discontinue e meno ufficiali, tale rapporto era rimasto vivo anche durante il periodo comunista svolgendo una funzione determinante per la salvaguardia dello Stato in alcuni momenti cruciali, in particolare nel corso della Seconda guerra mondiale. Il secondo elemento è il passato sovietico, che continua tuttora a influenzare la vita quotidiana in Russia e fa parte della memoria storica di una fetta consistente della popolazione. La nostalgia per il passato sovietico, che già negli anni Novanta serpeggiava tra le generazioni più avanti negli anni, si è cominciata a diffondere anche tra i più giovani, che tendono a idealizzarne l’immagine utilizzando l’apparato simbolico-ideologico comunista e le suggestioni ad esso legate nelle rivendicazioni movimentiste e nella creazione di nuove sub-culture (una tendenza presente anche in Europa occidentale nella forma della cosiddetta Ostalgie).

L’opera di nation-building e di elaborazione di un nuovo soft power restano comunque un processo ancora in corso e non privo di contraddizioni. Sebbene le autorità politiche russe stiano alimentando nelle sedi istituzionali il dibattito su questo tema, di sovente si trovano costrette a dover mediare tra i partecipanti ad un dibattito serrato nella comunità scientifica e accademica. Ma le posizioni emerse sono solo apparentemente inconciliabili, trovando il loro minimo comun denominatore nella volontà di potenza della Russia e in uno spiccato nazionalismo. La tensione di questi dibattiti, quindi, svolge la funzione positiva di esasperare la diversità degli approcci per evidenziare alla fine la presenza di elementi comuni che costituiscono il nuovo universo valoriale dello Stato. 

 
di Gabriele Natalizia e Diana Shendrikova

L’Azerbaigian, Paese giovane e realtà in grande crescita

 
 
BAKU (AZERBAIGIAN) – Il 31 ottobre e il primo novembre 2013 si è svolto a Baku, in Azerbaigian, un evento internazionale molto importante: il Baku International Humanitarian Forum. Con la presenza di personalità del mondo politico internazionale, alti funzionari, diplomatici, accademici ed esperti provenienti da tutto il mondo, il Forum si è articolato in una serie di sessioni di discussione sui temi riguardanti gli aspetti umanitari dello sviluppo economico, le innovazioni scientifiche e la diffusione dell’educazione, lo sviluppo sostenibile, l’identità nazionale, le biotecnologie, il ruolo dei mass media nel sistema di informazione globale.

L’ampiezza dei temi non ha impedito che al margine delle sessioni si svolgesse una fruttuosa opera di networking, ad ogni livello. Il Forum si è aperto con il discorso del presidente azerbaigiano Ilham Aliyev, è proseguito con il messaggio del presidente russo Vladimir Putin e quello del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon. La lista dei partecipanti ha previsto l’intervento di 7 ex presidente e capi di Stato, 13 premi Nobel e oltre 100 personalità pubbliche di livello mondiale, nel contesto di circa 800 partecipanti totali in rappresentanza di 70 paesi da tutti i continenti. La presenza di ex capi di stato, ambasciatori, personalità del mondo della cultura e dello spettacolo, ha dato anche un profilo mondano all’evento. Dall’Italia spiccano i nomi dell’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, del rettore dell’Università di Siena Angelo Riccaboni, del professore Sergio Marchisio della Sapienza Università di Roma, del senatore professoressa Stefania Giannini, nonché del sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, che incontrando l’omologo azerbaigiano di Baku ha confermato il rilancio del gemellaggio esistente tra le due città, Napoli e Baku, che notoriamente si caratterizzano per un golfo simile e una vocazione marittima che risulta essere sostanziale anche nel carattere aperto e ospitale di italiani e azerbaigiani.
L’Azerbaigian è un Paese che colpisce per l’evidente crescita economica, la società giovane e laica, un mondo culturale capace di creatività e innovazione: questi fattori sono elementi reali per il vero sviluppo di uno Stato. La possibilità di grandi risorse energetiche, infatti, sta fungendo da volano anche per le politiche sociali, educative e culturali. Certo, il processo di costruzione della nazione non è ancora compiutamente raggiunto così come le istituzioni stanno svolgendo un percorso ancora lungo per il pieno raggiungimento degli standard occidentali di libertà e democrazia: tuttavia si può ben dire che le premesse per dei risultati fruttuosi nel futuro dell’Azerbaigian sono reali. Infatti in una regione complessa, al margine tra grandi aree culturali, l’Azerbaigian si trova al centro di questioni geopolitiche complesse e di grande interesse. Baku è infatti un punto di riferimento anche per Bruxelles, in una prospettiva di sempre maggiore integrazione con l’Unione Europea all’interno del programma di partnership orientale. La cultura laica che è alla base dell’islam sciita è la pietra angolare per costruire la prospettiva di un Paese orientato verso i valori occidentali, ma con ascendenze orientali e radici turche saldamente asiatiche.
La storia della costruzione dello Stato azerbaigiano, con la prima indipendenza raggiunta al crollo dell’Impero zarista (1918-1920), è un punto di riferimento storico-culturale per la definizione di un Paese che ha ritrovato la strada dell’indipendenza dall’Unione Sovietica solo nel 1991. In quel periodo, però, si è anche riaperta la questione nazionale con l’Armenia, che ha avuto come conseguenza il conflitto armato per il Karabagh e l’occupazione da parte armena della regione contesa insieme a quella delle regioni limitrofe. La situazione sul campo è sostanzialmente congelata – è solitamente definito un frozen conflict – ma la presenza di centinaia di rifugiati dalla regione e il fallimento delle trattative che da anni sono ferme al mantenimento del cessate il fuoco, è per certo un elemento di tensione all’interno del Paese e nella regione. Nonostante ciò l’Azerbaigian tenta di mantenersi un Paese affidabile e persevera una politica di equilibrio tra le “superpotenze” (Russia e Stati Uniti) e le potenze regionali (Turchia, Iran), mentre tra i suoi vicini l’Armenia è più chiaramente orientata verso la Russia e la Georgia è stata notevolmente vicina all’Occidente. In tale contesto la scelta migliore per le piccole e medie repubbliche del Caucaso meridionale è sicuramente quella di perseguire una politica estera “multi-vettoriale”, con una prospettiva geopolitica multidirezionale. Il mantenimento di un delicato ma importante equilibrio – per la stabilità e la sicurezza internazionale in una regione chiave per l’approvvigionamento energetico – nell’area del Caucaso e del Mar Caspio appare il modo migliore per mantenere il Paese in una condizione di reale indipendenza e di autonomia nella gestione delle ingenti risorse energetiche.

Andrea Carteny

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